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 Flessibilità: esistono basi scientifiche?

La flessibilità può essere definita come l’abilità di un’articolazione di muoversi liberamente lungo tutto il suo range articolare, o range of motion(ROM).
Una buona flessibilità, secondo le linee guida dell’American College of Sport Medicine, è, assieme all’efficienza cardiovascolare e alla forza muscolare,una delle componenti fondamentali della forma fisica.
Adeguati livelli di flessibilità sono necessari per il mantenimento dell’indipendenza funzionale o per eseguire la maggior parte delle attività della vita quotidiana.
L’importanza che riveste questa qualità fisica nello sport e nella vita di tutti i giorni appare evidente, e risulta quindi importante allenarla, migliorarla o mantenerla attraverso esercizi di allungamento muscolare (stretching).
Lo stretching come metodica di allenamento è arrivato in Europa dagli Stati Uniti e ha guadagnato popolarità grazie a Bob Anderson e al suo famosissimo libro intitolato Stretching (1975).
In realtà, circa 4000 anni prima di questa pubblicazione nasceva lo Yoga, disciplina orientale che si fonda su una serie di pratiche delle quali l’Hata Yoga costituisce l’aspetto corporeo basato principalmente sull’assunzione di posture di allungamento muscolare, ancora oggi largamente praticato per migliorare la flessibilità.

Ma cosa accade se si eseguono esercizi di stretching abitualmente e per periodi di tempo medio/lunghi?
Molti ricercatori si sono posti questa domanda; Magnusson (1998) valutò alcuni soggetti durante e dopo tre settimane in ragione di tre sedute settimanali e non osservò alcuna modificazione di natura meccanica, mentre la mobilità articolare risultava migliorata in maniera significativa.
Altri studi hanno dimostrato che 4 settimane di allungamento per un totale di 9.000 secondi di lavoro in soggetti sani e 36.000 secondi in soggetti costretti all’immobilità non alteravano le proprietà meccaniche del muscolo e non diminuivano la resistenza meccanica allo stretching (Bjorklund, Hamberg e Cranshaw, 2001; Halbertsma e Goeken 1994, Harvey 2003).

Alla luce di queste ricerche appare evidente che i miglioramenti ottenuti nell’ampiezza dei movimenti articolari (ROM) non siano di natura meccanica ma imputabili a un altro fenomeno, chiamato tolleranza allo stiramento: il soggetto impara a tollerare lo stiramento applicato provando al contempo una sensazione di rilassamento e di un piacevole effetto antalgico.

Dalle pubblicazioni suddette si può concludere che per ottenere dei miglioramenti significativi della flessibilità non siano sufficienti singole esercitazioni ma programmi strutturati e duraturi nel tempo.
Come scegliere quindi un protocollo adeguato?
Che tipo di allungamento prediligere? Statico, balistico o PNF?
Il supporto ad hoc ed individualizzato di professionisti del settore, che sappiamo esaminare ogni caso singolarmente trovando poi le soluzioni(esercizi) più adatte alla persona e al momento, risulta in maniera inequivocabile la risposta migliore.

 

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